Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Avio

Immagine pubblicitaria del motore aereo modello Avio 135 RC 32 (Alfa Romeo, Archivio storico)

 
 

a cura di Claudio Rabaglino

(scheda redatta nell'ambito del progetto Censimento degli archivi d'impresa in Piemonte) 
 
 
     Le origini dell’impresa che attualmente prende il nome di Avio risalgono ad oltre cento anni fa, precisamente al 1908, quando, nell’ambito della galassia Fiat, si decide di dare vita ad un particolare tipo di motore, l’SA8/75, destinato all’aeronautica. L’iniziativa va inserita nel processo di diversificazione produttiva avviato in risposta alla grave crisi del settore automobilistico intervenuta nel corso del 1907, che aveva messo in forse lo stesso destino dell’azienda torinese.
     Sarà la prima guerra mondiale, con le consistenti commesse militari che porta con sé, a dare un impulso decisivo al settore aeronautico, consentendo alla Fiat di avviare la produzione su larga scala di motori (denominati A10) montati su velivoli da combattimento Farman e Caproni. Non a caso, proprio durante il periodo bellico, l’impresa guidata da Giovanni Agnelli istituisce la Società Italiana Aviazione, che si trasformerà nel 1918 in Fiat Sezione Aviazione.
     Una volta terminato il conflitto mondiale, l’inevitabile riconversione della produzione industriale spinge l’azienda ad intraprendere con decisione la strada della realizzazione di velivoli commerciali, settore che cominciava a muovere i primi passi proprio in quel periodo. Sempre nell’immediato dopoguerra fa il suo ingresso in azienda un giovane progettista, Celestino Rosatelli, che per molti anni realizzerà prodotti destinati a riscuotere un grande successo, si pensi ad esempio ai rinomati CR (Caccia Rosatelli) e BR (Bombardiere Rosatelli), e al biplano R700, che nel 1921 stabilirà il nuovo record mondiale di velocità, toccando i 300 km orari.
 

Schieramento di aerei Fiat modelli G59 (1948), G49 (1952), G82 (1954) e F86K sulla pista dell'aeroporto internazionale di Caselle Torinese (TO), 1955 (Archivio e centro storico Fiat, Archivio iconografico)

 
 

      Lo sviluppo del settore aeronautico, che procede senza soste nel corso degli anni Venti, permette alla Fiat di rafforzare costantemente le proprie posizioni: non è un caso che nel 1926 l’azienda torinese assuma il controllo delle Officine Aeronautiche Ansaldo, il cui stabilimento di produzione, accanto al quale sorge anche un campo volo, è situato nell’attuale corso Francia. In seguito a questa acquisizione viene istituita la Società Aeronautica d’Italia.

     All’inizio degli anni Trenta viene creato un Ufficio tecnico aeronautico, da subito affidato ad un giovane ingegnere, Giuseppe Gabrielli, il cui nome per oltre un trentennio sarà strettamente legato a tutte le principali realizzazioni dell’azienda nel campo aeronautico, a partire dal G2, un monoplano trimotore in grado di trasportare sei passeggeri e due piloti, utilizzato nelle rotte (nei voli) commerciali dal 1932, per proseguire poi, qualche anno più tardi, con il G50, il primo caccia monoposto in uso all’Aeronautica italiana, prodotto alla CMASA di Pisa, azienda fondata all’inizio degli anni Venti dal progettista tedesco Claude Dornier assieme a Rinaldo Piaggio e Attilio Odero, acquisita dalla Fiat nel 1934.
     Durante la seconda guerra mondiale il giro d’affari dell’azienda aumenta in maniera considerevole, grazie, così come era accaduto anche in occasione del precedente conflitto, alle commesse militari, in particolare dei caccia G50 e G55, tanto che la fabbrica di corso Francia arriva ad impiegare negli anni del conflitto oltre 4.000 persone. Ciò la trasforma inevitabilmente in un target quasi obbligato dei bombardamenti angloamericani, che a più riprese la colpiranno duramente tra il 1942 ed il 1944.
     Alla fine della guerra le prospettive dell’azienda non appaiono particolarmente entusiasmanti: il gap tecnologico venutosi a creare nel periodo fascista per effetto delle politiche autarchiche volute dal regime, unito alle restrizioni poste a tutto il settore dal Trattato di pace del 1947, pone l’industria aeronautica italiana in una condizione di inferiorità rispetto ai competitori stranieri. A queste oggettive difficoltà si ovvierà con un rinnovato forte impegno nella progettazione, sempre sotto la guida di Giuseppe Gabrielli; grande importanza avrà inoltre il ristabilimento di buoni rapporti con i paesi schierati sul fronte opposto durante la guerra, Stati Uniti in primis. E così, già a partire dal 1947 vengono lanciati nuovi modelli, dal trimotore da trasporto G212 al biposto G46 e al monoplano monoposto G59, velivolo quest’ultimo dato in dotazione all’Aeronautica militare italiana e a quella di altre nazioni.