Ministero per i Beni e le Attivita' Culturali-Direzione generale archivi

Servizio Archivistico Nazionale

Archivi d'impresa

Aurora

Immagine pubblicitaria delle penne Aurora, campeggiato dal motto "Gioia di scrivere" 1920-1929 (Aurora Due srl, Fondo Aurora Due srl)

 
 

a cura di Claudio Rabaglino

(scheda redatta nell'ambito del progetto Censimento degli archivi d'impresa in Piemonte)
È il 1919, pochi mesi dopo la fine della Grande Guerra, quando Isaia Levi, industriale ebreo, fonda a Torino la Fabbrica italiana penne a serbatoio Aurora, così chiamata per simboleggiare l'inizio di un metaforico nuovo giorno dopo la lunga e dolorosa notte bellica. Lo stabilimento ha sede nel centro storico della città, in via della Basilica 9, nel cosiddetto quadrilatero romano.
Le "penne a serbatoio" indicate nella denominazione dell'azienda non sono altro che quelle che comunemente definiamo penne stilografiche, oggetti inventati all'incirca alla metà dell'Ottocento, la cui diffusione farà registrare un decisivo salto di qualità tra il 1883 ed il 1884, quando negli Stati Uniti Lewis Edson Waterman fonda l'omonima casa produttrice di quelle che in inglese vengono definite fountain pens, cui fa seguire a breve l'importante invenzione del cosiddetto alimentatore multicanale, che consente di dosare nella giusta misura il flusso di inchiostro, eliminando così quello che fino ad allora era stato uno degli inconvenienti principali delle stilografiche, la dispersione dell'inchiostro. 
Il successo arride quasi subito all'azienda torinese, premiata dal mercato per l'ottima qualità delle penne prodotte; una parte importante della rapida affermazione dell'Aurora va senza dubbio assegnata alle efficaci campagne pubblicitarie con le quali vengono lanciati i prodotti, affidate ad affermati professionisti del settore, quali Achille Luciano Mauzan, Luigi Paradisi, titolare dello studio Lupa di Torino, Carlo Biscaretti di Ruffia, meglio noto per essere stato l'ideatore del Museo dell'Automobile di Torino, oltre che figlio di Roberto, uno dei soci fondatori della Fiat nel 1899. 
I primi modelli entrati in commercio sono la R.A. (Rientrante Aurora), costruita in ebanite con caricamento a contagocce, sullo stile delle case produttrici americane, cui fa seguito, sempre negli anni Venti, la A.R.A. (Aurora a riempimento automatico), con caricamento a levetta. 
Una delle caratteristiche che contraddistingue l'Aurora fin dai suoi primi anni è il forte impegno a favore dell'innovazione tecnologica dei prodotti: non a caso, già nella seconda metà degli anni Venti l'impresa torinese introduce una importante novità nella produzione, lanciando una penna realizzata non più in ebanite, ma in celluloide, la Duplex (così chiamata in quanto la stilografica viene proposta assieme ad una matita meccanica). Il nome di questa nuova serie viene deciso tramite un concorso pubblico, a conferma della grande attenzione riservata alla comunicazione in tutte le sue forme. 
Al principio degli anni Trenta la diffusione delle penne Aurora ha ormai varcato i confini nazionali: non è un caso che nel 1932 venga siglato un accordo di collaborazione commerciale con la francese Edacoto, azienda produttrice di matite meccaniche, che prevede il lancio sul mercato di una coppia di prodotti – una nuova stilografica ideata per l'occasione, Internazionale, e una matita – denominata Le duo moderne
L'attenzione all'innovazione tecnologica prosegue anche negli anni successivi: ne è una chiara dimostrazione il modello Asterope, presentato nel 1934, primo esempio di penna stilografica priva di cappuccio, azionabile con una mano sola, composta da una coppia di cilindri di diverse dimensioni, di cui il più grande è adibito a custodia; va sottolineato inoltre che, mentre la parte esterna della penna è in celluloide, quella interna è in alluminio, accorgimento studiato per prevenire rotture in seguito a caduta, già sperimentato in occasione di un modello precedente, la Novum.

 

 

Volantino pubblicitario della penna stilografica Aurora modello Topolino, 1930 (Aurora Due srl)

 
 

Una penna che certamente ha fatto molto parlare di sé è la Etiopia, introdotta nel mercato in coincidenza con l'aggressione perpetrata dal regime fascista ai danni appunto del Paese africano alla metà degli anni Trenta (ottobre 1935-maggio 1936); si racconta che essa facesse parte della dotazione degli ufficiali inviati al fronte e che fosse stata fornita di un accessorio particolare – un astuccio contenente dei piccoli granuli di inchiostro da inserire nella penna per ricaricarla sciogliendoli con alcune gocce daccqua – proprio per poter essere utilizzata anche in situazioni di emergenza bellica. Fino a che punto ciò sia vero, e quanto invece di fantasioso ci sia in questa ricostruzione non è dato sapere, quel che è certo è che l'azienda ha voluto in questa occasione cavalcare il clima propagandistico diffuso nel Paese dal regime, si pensi alla retorica della conquista da parte dell'Italia del "posto al sole", a cui corrispose comunque il momento di maggiore consenso popolare di cui ha goduto il fascismo. Non è un caso infatti che la penna, realizzata in celluloide bianca, rechi all'altezza del cappuccio la riproduzione di un'aquila imperiale, noto elemento simbolico fascista; non deve essere inoltre trascurata la provata fede fascista di Isaia Levi, confermata dalla sua nomina a senatore del regno nel 1933. 
Nello stesso lasso di tempo viene messa in commercio una penna destinata al pubblico giovanile, e che per questo viene offerta a prezzi contenuti, la Topolino, nella quale viene raffigurato il celebre personaggio di Walt Disney.
Il sopraggiungere della seconda guerra mondiale determina alcuni problemi per l'azienda torinese, a partire dalla mancanza di materie prime, che porta alla realizzazione di un nuovo materiale per i pennini:  una particolare lega di acciaio chiamata Platiridio. Con i massicci bombardamenti subiti da Torino nel 1943 la fabbrica viene completamente distrutta e trova una nuova sede nella periferia nord della città, in strada Abbadia di Stura, nei pressi dell'omonima abbazia di epoca medioevale, dove l'azienda risiede ancora oggi. 
Nel dopoguerra l'attività dell'Aurora riprende con rinnovato vigore: nel 1947 vede la luce una delle penne che renderà celebre il marchio torinese in tutto il mondo, la celeberrima Aurora 88, ideata da un famoso designer italiano, Marcello Nizzoli, che riscuoterà un grande successo, restando in produzione per oltre un trentennio. La sua struttura viene ricordata in particolare per il rinomato cappuccio laminato in oro. 
Negli anni Cinquanta, la diffusione sempre più capillare delle penne a sfera determina una forte riduzione delle quote di mercato delle case produttrici di stilografiche, le quali, per reagire a questo stato di cose, non hanno altra strada che quella di puntare con grande forza su una sempre maggiore innovazione dei propri prodotti. L'Aurora si dimostra pronta, a differenza di altri storici marchi internazionali (si pensi al caso della Waterman, che entrerà in una fase di grave declino), a raccogliere questa sfida, e introduce pertanto nel mercato modelli con particolari tecnici inediti: è il caso della Duocart, nella quale vengono utilizzate per la prima volta cartucce di inchiostro in materiale plastico in duplice copia per ogni penna (progettate dal futuro premio Nobel per la chimica Giulio Natta, il padre del celebre Moplen), consentendo di abbandonare definitivamente l'uso ormai anacronistico del calamaio. La stessa soluzione tecnica verrà adottata qualche anno dopo nel modello Auretta, penna con la quale l'azienda torinese cercherà, così come fece negli anni Trenta con la Topolino, di reinserirsi nel mercato degli studenti; questo modello verrà accolto con grande favore dai soggetti per i quali era stata pensata.